Sono passati quindici anni dall’arrivo di Adalberto Grigioni nella Lazio. La meta di un lungo viaggio iniziato molti anni fa da un piccolo paese di circa 4.000 persone: San Gemini. Mai come in questo caso è necessario specificare quanto la bellezza del viaggio possa risiedere nello svolgimento graduale di un percorso e non nella bramosa necessità di approdare ad una destinazione. “Volevo avere successo nel mio lavoro, non in termini di visibilità. Volevo essere consapevole che, se fosse passato il treno giusto, sarei stato in grado di prenderlo”, ripete più volte Grigioni. Per la cronaca, il viaggio di Adalberto non è ancora finito. Prosegue tutt’oggi proprio come era iniziato. In silenzio. Poche parole, al di fuori dal campo. “Perché non parli mai?”, gli hanno chiesto. A volte si parla senza avere qualcosa da dire. Talvolta, invece, esistono storie che parlano da sé.

Il preparatore dei portieri biancocelesti Adalberto Grigioni ha raccontato, in una lunga intervista, il percorso che lo ha portato in biancoceleste e la sua avvenuta nella Capitale: “Arrivai alla Lazio nella stagione 2005/06. Partimmo prestissimo per il ritiro perché c’era la Coppa Intertoto. Sapevo che avrei trovato portieri di valore, ero pronto ad affrontare quest’esperienza sul piano professionale. Da quando sono arrivato mi hanno aiutato tutti, perché da tutti sono riuscito a prendere qualcosa. Una volta mi dissero che ero un attentissimo osservatore, un complimento di cui sono orgoglioso: parlo poco, ma osservo tutti e prendo spunto affinché possa essermi di aiuto in futuro”.

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